
Un tipico eroe italiano.
Raccolta di pattume autarchico.
Beviamoci un caffè
giusto una scusa
per incontrarci.
Beviamoci un caffè
per occupare il tempo
fermi ad aspettare.
Beviamoci un caffè
che la giornata è lunga
“Ristretto per favore”.
Beviamoci un caffè
dei film americani
che scalda mani e spirito.
Beviamoci un caffè
anche se in ritardo
“Il tempo di un caffè”.
Beviamoci un caffè
nel mentre ti racconto
di lei e di me.
Beviamoci un caffè,
che sia italiano
“Un caffè caffè”.
Vecchio, piume sulla testa e sguardo frusto, lo sciamano non mangiava da giorni.
Febbre, follia, visioni.
Il mare di metallo, il pesce che nuota nella roccia, il fumo e la pazzia.
Lo sciamano stava seduto, paziente, in attesa della visione e dell’ascesa, in attesa del vento e degli dei, in quel bosco umido, inospitale e orrendo che era la sua dimora da qualche anno.
Lo sciamano aspettava, disperato.
Perche`gli dei non parlavano piu`? perche` il vento non soffiava mai?
nel cielo leggeva segni,sperava, cantava canzoni.
Batteva il suo tamburo ritmicamente,sempre piu` forte, in modo che la richiesta fosse urlo, in modo che qualcuno lo ascoltasse.
Piume nella testa, ossa di metallo, visioni follia e morte ovunque.
I villaggi vicini gridavano, lamentavano l’assenza dello sciamano.
La rovina si avvicinava.
Lo sciamano li ignorava,
doveva farlo.
Intossicato, folle e morto guardava segni al cielo
aspettava il vento,batteva forte il suo tamburo.
Piume in testa, come il cielo, verso il cielo
che lo aveva abbandonato
Che rovina!
La disgrazia era ovunque, contadini impoveriti, malati e pieni di piaghe
le citta` si impoverivano
si imbruttivano
bordelli a cielo aperto, sopravvivenza all’ordine del giorno.
E lo sciamano stava li, nella foresta, aspettando i sogni, aspettando
il volo, aspettando l’aria e il consiglio delle forze e degli spiriti.
La fame mordeva,
il sonno finale si avvicinava.
Guardava con occhi sbarrati le file di alberi, come soldati, guerrieri, davanti
ad un nemico (lui) da distruggere.
Fuoco, follia, morte, poverta`.
Segni strani nelle nuvole,
segni strani nelle stelle,
finche` si addormento`.
Nel freddo, sotto un sole assonato e pigro, lo sciamano cadde a terra, come morto.
Resto` li, tremante per giorni, settimane, con gli occhi sbarrati e gli spiriti che riforgiavano le sue ossa nel ferro e nel fuoco, che irroravano la sua mente di follia e segni, visioni. Volo`.
Come un uccello,nel cielo, vedendo l’infinitamente piccolo e ammirando con paura l’infinitamente grande.
Volo`.
Mori`.
Nel bosco, solo, con qualche piuma in testa e pochi vestiti, lascio` il mondo per il mondo.
E vola ancora, su quel mare di metallo, su quel cielo di piombo che grava sulle persone, urla le sue visioni, ma nessuno lo ascolta, tranne qualche persona sola, nei boschi, perduta, che cerca nel cielo e nelle visioni il suo futuro e il destino dei suoi simili.
Altri sciamani, perduti, pazzi e folli, ossa di ferro e un piede nella fossa, spergiuri e criminali, sciocchi e ritardati, che nel mare di metallo stanno fermi, osservando il cielo.
Nella speranza e per il segno
Per la disperazione e la follia
nell’ubriachezza e nel dolore
di una vita che inciampa su
se stessa, precipitosamente
come ad inseguire una speranza, un corvo, un messaggero e una donna misteriosa dai capelli rossi
che muti, nel vento e nella confusione delle nostre vite rumorose
ci guardano
attendono
fino al giorno in cui anche noi voleremo nel cielo
a raccontare la nostra storia ad altri che possano sentirla, ponendo che esistano, e confidando nella nostra esagerata idea di liberta` che sopravvivera` a noi stessi.
Poco piu` che puttane. Questo siamo.
Probabilmente intrisi dei piu` buoni propositi.
Cerchiamo di soddisfare, di realizzare, fare, essere.
Cerchiamo, ci vendiamo, proviamo.
Poco meno o poco piu` che puttane, mai liberi, sempre puntati verso la soddisfazione di qualcuno o qualche concetto che raramente ha qualcosa a che fare con noi.
Lavora, studia, cerca di essere brillante, cerca di essere interessante.
Una cosa che una zoccola di basso cabotaggio risolve con una gonna girofiga.
Puttane malandate, fallite,
che non sanno sedurre, che non sanno soddisfare
e che si convincono
per non intristirsi
di provvedere solo al piacere di se stesse,
nelle loro nuove trovate
sempre efficacemente sostituite
da una gonna leggermente piu` corta;
E questo solo perche` se cercassimo,
e dio ce ne scampi,
qualcosa che ha davvero a che fare con noi
qualcosa che davvero ci interessa,
ci troveremo forse incollati alla bottiglia
nella certezza di averlo trovato
o di averlo scordato per sempre
Camminiamo, pensiamo,
torniamo a casa
Nella notte,
monologhi mattinieri
spezzati
dal cinismo della sera.
L’eventualità ci guarda severa,
della pioggia
del momento mancato
dei soldi spesi.
Nella notte ci siamo incontrati,
un cielo di piombo
una città d’acciaio
gli sguardi bassi di tutti
a passo veloce
verso casa
verso il bar
e noi fermi, ci siamo incontrati
può piovere.
può piovere.
Non importa.
Un lavacro acido per
anime elettroniche,
Può piovere.
Sotto un balcone
ci racconteremo tutto
mentre la pioggia
scaccia via gli intrusi,
indesiderabili,
irritanti
insetti
che non vogliono capirti.
Oh, vibra il fastidio.
Su un treno qualunque, che ti porta ad un lavoro qualunque in una citta` qualunque, esistono dei nemici.
Esistono gli studenti, che parlano sempre, fanno bordello e rendono il tuo lettore mp3 un costoso fermacarte.
Esistono le vecchiette, che corrono alla velocita` di 10 giudizi al minuto e ti senti gia` la mamma che ti sgrida perche` non hai stirato i pantaloni dopo il terzo sguardo.
Ci son le suore, che ti guardan zitte, e nessuno sa` cosa pensano.
Le ragazze piacenti, che interrompono la tua ordinaria (importantissima) linea di pensiero con vaghe proiezioni porno mentali.
Poi gli informatici,
gli zoppi e gli invalidi,
gli immigrati (piu` immigrati di te),
i controllori,
i carabinieri,
i ciclisti,
le donne di mezza eta` che parlan di cose sconce,
i telefonatori compulsivi,
quelli che fingono di lavorare con il portatile.
Questa fauna terrificante, questa tassonomia austroungarica, posa alcuni problemi. Questo e` sicuro. Ma comunque son tutte brave persone in quanto gestibili nel loro piccolo o nel loro mistero.
Ma c’e` una cosa che l’uomo comune, il normale converstatore da bar deve TEMERE in un viaggio pendolaristico in treno, nell’aurora di una mattina di quasi-autunno.
Gli artisti, gli artisti debuttanti, gli intenditori, i viaggiatori culturali e in generale la gente ostentatamente colta.
Quello e` il peggio, perche` non hai difese.
La rabbia monta troppo forte, ma non sei abbastanza ubriaco per opporti con il giusto fervore e quindi legacci sociali e di quieto vivere ti fanno star zitto.
Cerchi di guardare altrove, ma non ce la fai.
Li guardi in faccia, ma non ce la fai.
La faccia smunta, calvi, gli occhialini.
Cerchi di concentrarti sul giornale, per vedere se finiremo congelati o fritti da qualche banca transglobalmondiale, ma non riesci. Vedi con la coda dell’occhio i loro occhietti vispi che cercano di capire se leggi il giornale GIUSTO.
Movimenti delle labbra che sottolineano un disgusto delicato, appena accennato.
La testa urla e calcia, vuole uscire.
Situazione pesante, ingestibile, frammenti di parole arrivano come telegrammi da una stazione nazista.
“La mostra”
“….Villa di Rossellini, dove hanno proiettato due suoi film…..”
“in agriturismo da un mio amico”
“Vado due mesi a New York da un amico”
“Davvero buonissimo, dovresti assaggiarlo, lo fanno in provincia di..”
“poi son stato alla retrospettiva”
Pugnalate.
Heil Hitler, li abbiamo presi, adesso li stiamo riempiendo di detergente per piatti e poi gli diamo fuoco.
La mia testa malinterpreta quei messaggi, cerca di trasformarli in fatti vivi e si riesce ad andare solo alla Germania del 1940. Tutto il loro mondo e` speciale. Quello che vedono (Ovvero i soliti porcodio di film neorealisti che si avvicinano sempre di piu` al centenario), quello che mangiano, i posti dove vanno, il lavoro che fanno, i loro amici. Ogni cagata e` un opera d’arte, sai, son stato alla retrospettiva del vernissage del matinee di Piero Manzoni.
E` come un video dei Baustelle che non finisce mai.
E` la mia idea di inferno.
La cultura ripetuta all’infinito, finche` non la si vomita e la si incornicia per la biennale.
E io sono li, schiacciato, incapace di muovermi, braccato dalle retrospettive volanti zombie.
Allora quello che posso fare e` rifiutare.
La cultura e` questa.
L’arte e` questa.
E allora trovero` una nuova definizione. Scappando dagli occhietti ingabbiati nella cornice nera e plasticosa di qualche montatura sovradimensionata, che fa` cosi` nerd.
E` Ironico. Voi non capite.
Oltre quello che siamo
e quello che cerchiamo di essere
nuvole bianche
ci cancelleranno
ci sovrasteranno
e saremo inermi
saremo invisibili
noi
con le nostre pretese
e le nostre ansie
non ci saremo piu`
come non ci siamo stati prima
e ci saranno solo
quelle nuvole bianche
sopra il cielo
a segnare il tempo
di ognuno di noi
assente per sempre
presente per poco
mai ci siamo stati
mai ci saremo
in nuvole bianche
ci sciogliamo
lontano
lontano
e tutto sembra cosi` insigificante
mentre ci uniamo
a quelle nuvole bianche
cosi` lontane.
sempre piu` lontane.
Presto di mattina
doccia ad occhi semichiusi
oscilli su un treno
oscilli a lavoro
tra ordini e comande
oscilli in un bar
fingi simpatia
prendi tempo
prima di oscillare di nuovo
il treno è lento
vuoi andare a casa
la notte come il giorno
un’altra doccia sottecchi
scivola via il caldo
scivola via l’alcool
scivolan via le giornate
oscillando dentro a quel treno
che ti trasporta nella terra
dell’eterno uguale.